lunedì 26 giugno 2017

Perché l'uscita dall'€uro è internazionalista (2/3)


Nazione, Stato e imperialismo europeo

1. Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione 
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L'imperialismo italiano, tra gli anni '80 dell'Ottocento e gli anni '40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d'Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale. L'esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell'élite capitalistica. L'Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel '43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all'interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
Ma le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione sono più lontane e collegate allo scetticismo nei confronti dello Stato. L'Italia fu, tra XII e XVII secolo, la culla del capitalismo e il paese centrale del sistema economico dell'epoca, malgrado l'assenza di uno Stato-nazione unitario o, secondo alcuni, proprio per quella ragione[1]. Però, i limiti della mancanza di uno stato nazionale, che sostenesse gli interessi del capitale italiano, finirono alla lunga per farsi sentire negativamente. A partire dalla seconda metà del XVII secolo l'Italia entrò in una lunga fase di decadenza economica, cedendo l'egemonia internazionale prima ai Paesi bassi e poi all'Inghilterra, che si erano dotati una forma statale nazionale ben strutturata e poderosa. 

Invece, in Italia la forma statale prevalente fu prima quella della repubblica comunale e poi quella della signoria locale o, al massimo, regionale. Inoltre, in Italia, tra il XIV e il XV secolo si sviluppò il Rinascimento, che, espressione delle corti delle città-stato, ebbe un carattere culturale cosmopolita e non nazionale. Gramsci ha dedicato molte pagine a spiegare come storicamente la funzione degli intellettuali italiani e le stesse tradizioni culturali siano state cosmopolite[2]. L'Italia è stata il centro dell'impero più cosmopolita della storia, quello romano, e sede della sua erede, la Chiesa cattolica, la cui dottrina è universalistica per definizione. La presenza in Italia del potere temporale cattolico, lo Stato della Chiesa, fu una delle cause principali del ritardo della unità nazionale italiana, completata soltanto con la conquista militare della Roma papalina da parte delle truppe italiane nel 1871. A seguito di questo episodio, il Papa si confinò nel Vaticano e i cattolici si tennero fuori dalla politica del nuovo stato unitario, entrandovi con una loro formazione politica autonoma, il Partito popolare, soltanto nel 1919. 

Ma è dopo la Seconda guerra mondiale che essi, attraverso la Democrazia cristiana, saranno per quasi mezzo secolo il perno della politica italiana e uno dei motori della integrazione europea. Un'altra importante causa dello scetticismo verso la nazione è collegata alle modalità con cui si è realizzato in Italia il processo di costruzione dello stato unitario nazionale. La direzione del movimento di unificazione fu monopolizzata dall'espansionismo della monarchia piemontese, e non si pose l'obiettivo del coinvolgimento delle masse, all'epoca soprattutto contadine, nell'unico modo in cui potesse farlo, cioè con la riforma agraria[3]

Alla fine, il Risorgimento fu egemonizzato dalla élite borghese del nord, alleata con i latifondisti del Sud, e in opposizione alle masse subalterne. Il Mezzogiorno venne definitivamente unito al resto del Paese solo dopo una lunga guerra contro il brigantaggio, in realtà una guerra civile, che costò all'esercito italiano più caduti della III Guerra d'indipendenza contro l'Austria. La sfiducia verso la nazione da parte degli italiani, che hanno oggi, a un secolo e mezzo dall'unità, una identità culturale e linguistica definita e omogenea forse più di quella di altri popoli europei, rientra nel generale senso di sfiducia verso lo Stato, che, per ragioni diverse (genuine ma anche strumentali), investe sia le classi inferiori e subalterne sia quelle superiori e dominanti della società italiana.

Nella classe dominante il trauma della sconfitta della Seconda guerra mondiale, la consapevolezza di non poter portare avanti una politica di potenza nei nuovi rapporti di forza internazionali nonché il peggioramento dei rapporti di forza all'interno (forte presenza di un partito comunista e rapporti di forza sindacali e politici favorevoli alla classe operaia) hanno generato la convinzione della insufficienza (non certo della inutilità) dello stato nazionale e una tendenza a avvalersi anche di forze esterne, sovrannazionali (Nato e Ue), per riequilibrare i rapporti di forza esterni e soprattutto interni. A tutto ciò si aggiunge, come Marx ha fatto notare più volte, l'avversione tradizionale della classe capitalistica per lo Stato in quanto fonte di spese, che, dal suo punto di vista, sono faux frais, cioè spese superflue, specialmente allorché si traducono in imposte sui profitti e sulle proprietà mobiliare e immobiliare[4].

Infatti, l'avversione verso le spese statali in Italia si è tradotta in una diffusa elusione fiscale da parte delle imprese fino alla rivolta fiscale di cui la Lega si è fatta espressione negli anni '90, ed è stata particolarmente accesa, essendo motivata dalla dilatazione e dalla corruzione Pubblica amministrazione (Pa), giudicate come anomale rispetto al resto d'Europa. Tale presunta anomalia è stata enfatizzata sin dagli anni '70, allo scopo di favorire le privatizzazioni del welfare e delle partecipazioni statali e ridurre l'autonomia del ceto politico ad esse legato. 

Inoltre, le inefficienze e la dilatazione della Pa registrata in certe aree del Paese dipende dalla incapacità del settore privato di generare una sufficiente occupazione, dalla mancanza di un adeguato reddito di disoccupazione e da un divario economico tra Nord e Mezzogiorno molto più profondo di quelli presenti negli altri stati europei. A ciò si aggiunge il fatto che la Pa nel passato è stata utilizzata per rafforzare la stabilità sociale e politica, mediante l'inglobamento di alcuni settori di piccola borghesia all'interno del blocco politico-sociale che la Democrazia cristiana e altri partiti di governo avevano costituito in funzione anti-comunista. 
Ad ogni modo, oggi, dopo anni di blocco del turn over, gli occupati nella Pubblica amministrazione (Pa) in Italia risultano, in assoluto e in rapporto alla popolazione, inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna[5]. Infine, non possiamo non ricordare, sia pure di sfuggita, che il rigonfiamento del debito pubblico è stato dovuto non a un eccesso di spese sociali in rapporto a quelle di altri Paesi, bensì al basso livello di imposizione fiscale (in primis alle imprese), alle spese di socializzazione delle perdite delle imprese private, e soprattutto, a partire dai primi anni '80, alla crescita della spesa per interessi, dovuta alla separazione tra Banca d'Italia e Tesoro, avvenuta sempre con l'obiettivo di ridurre l'inflazione per poter ridurre i salari[6].

In ultimo, ma non per importanza, la necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di un adeguato mercato di sbocco alle merci della manifattura italiana e poi la globalizzazione negli anni '90 si sono aggiunte a rafforzare, agli occhi dell'élite capitalistica italiana, l'utilità dell'Europa e dell'integrazione economica e valutaria, che ha trasformato o sta compiutamente trasformando le imprese maggiori da prevalentemente nazionali a internazionali. In sintesi, l'Europa è stata vista (o venduta così all'opinione pubblica) come un necessario fattore esterno di costrizione all'efficientizzazione della Pa e alla moderazione del bilancio e della esagerata spesa statale, che gli italiani da soli avrebbero avuto difficoltà a realizzare. Il punto, però, è che né l'euro né la Ue rappresentano un correttivo alle carenze dello Stato, tantomeno in direzione della sua efficientizzazione e contro la corruzione. Al contrario, l'Europa rappresenta la riduzione degli aspetti "pubblici" e redistributivi dello stato e una accentuazione del suo carattere di dominio di classe, al servizio dei privati, che, anziché eliminare i vecchi sprechi e corruzioni, ne determina di nuovi, proprio a causa dell'aumento della commistione tra pubblico e privato a seguito delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici.

2. Il problema dell'euro non solleva la questione della nazione ma la natura di classe dello Stato 

La questione dell'uscita dall'euro non è una questione inerente alla difesa della nazionalità bensì inerente alla democratizzazione dello Stato e, più precisamente, alla modificazione del rapporto tra Stato e classi subalterne al capitale. In qualche modo, gli oppositori di sinistra all'uscita dall'euro vengono rafforzati nelle loro convinzioni dai cosiddetti sovranisti nazionali, che pongono l'accento sul recupero della sovranità nazionale anziché sul recupero della sovranità popolare o, meglio ancora, democratica. Per la verità, una certa confusione tra i due aspetti si ingenera in modo abbastanza naturale. Infatti, visto che il problema è rappresentato dall'esistenza di organismi sovrastatali europei, il loro superamento implica necessariamente il ritorno allo stato. E, dal momento che lo stato territoriale classico è quello a base nazionale, ciò che risulta, almeno in apparenza, è che "si ritorni alla nazione". 

Ciononostante, il nodo della questione dell'uscita dall'euro continua a non risiedere nella nazione ed è bene che lo si ribadisca. Sarebbe facile considerare che alcuni stati europei non sono stati nazionali nel senso puro, ad esempio la Spagna e il Belgio, che riuniscono nazionalità diverse con lingue a volte di ceppo diverso (castigliano, catalano e basco, oppure francese e neerlandese). Più importante è chiederci verso chi la Ue e la Uem svolgono una funzione di oppressione o di sfruttamento. Se, cioè svolgano una tale funzione verso una o più nazioni, intese come l'insieme delle classi di un dato Paese, oppure se svolgono tale funzione verso una o più classi sociali di tali nazioni, ma non verso l'insieme delle classi ossia della nazione.

In effetti, in Europa non c'è una nazionalità oppressa in quanto tale. L'azione della Uem colpisce alcune classi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non tutte con la stessa intensità. L'euro è diretto, in primo luogo, a neutralizzare la capacità di resistenza della classe salariata, in particolare di quella direttamente impiegata dal capitale (soprattutto nella manifattura), che subisce la deflazione salariale come conseguenza dei tassi di cambio fissi. Certi settori stipendiati o salariati ne sono colpiti di meno o meno direttamente, ad esempio il lavoro salariato non dipendente dal capitale. Tuttavia, anche il settore pubblico ha subito, attraverso il blocco dei contratti e del turn over, conseguenze negative dell'austerity europea. Secondariamente tende a colpire anche alcuni settori piccolo-borghesi intermedi, nel commercio e nell'artigianato, e persino settori di imprese capitalistiche, quelle piccole e medie, che non riescono a inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate dalla grande impresa globalizzata, e sono state penalizzate dal crollo del mercato domestico a seguito di deflazione salariale e austerity. 

Invece, i grandi e medi rentier generalmente beneficiano dell'euro. Soprattutto, per lo strato capitalistico di vertice, le grandi imprese industriali e le banche internazionalizzate, l'introduzione dell'euro ha rappresentato un vantaggio enorme. Alcuni hanno posto in rilievo, giustamente, il ruolo egemone della Germania in Europa e i benefici che, come Paese, ha ricavato dall'euro. Tuttavia, per quanto la Germania abbia beneficiato dell'euro, non è possibile parlare di oppressione nazionale di questo Paese sugli altri. I benefici dell'euro si estendono, anche se non in modo uniforme, a tutta l'élite capitalistica europea, anche a quelle dei Paesi cosiddetti periferici. 

In Italia, sebbene in un contesto di contrazione non solo del Pil ma soprattutto della base produttiva manifatturiera, il margine operativo lordo delle imprese manifatturiere esportatrici è cresciuto e, in rapporto al fatturato, risulta superiore a quello di Germania e Francia[7]. Del resto, come ho avuto occasione di far notare altrove, l'integrazione valutaria rende più facile l'azione di quelli che Marx chiama i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto (riduzione del salario, esportazioni di merci e capitale, concentrazione delle imprese, ecc.)[8]. Infatti, non è un caso che tra le classi dominanti di Spagna, Francia e Italia le posizioni a favore di una uscita dall'euro non trovano udienza presso i media controllati dalle élite economiche "nazionali". Ad esempio, il confindustriale Sole24ore, per quanto ospiti interventi critici verso gli "eccessi" rigoristici tedeschi, contrasta decisamente ogni ipotesi di fine dell'euro come fosse una catastrofe.

In ogni caso, le imposizioni della Uem non sono dirette contro l'autoderminazione "nazionale", in quanto gli stati nazione non sono aboliti. Per la verità alcune loro attribuzioni sono state rafforzate e lo sono state proprio in funzione nazionale. Sono solo alcune attribuzioni quelle il cui controllo è delegato, mediante i trattati europei (Fiscal compactSix e Two pack), alla Ue o alla Uem. Infatti, la questione di fondo è che a essere indebolito non è il carattere di classe dello stato, inteso come perseguimento degli interessi specifici del capitale che ha base o opera in quel dato territorio. Anzi, tale carattere, per quanto possa sembrare paradossale, si rafforza e, del resto, né la Ue né la Uem assomigliano neanche lontanamente a uno stato in senso compiuto. A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro e chiederci: che cos'è, nella sua essenza, lo Stato? 

La definizione più diffusa è quella data da Max Weber: lo stato coincide con il monopolio dell'uso della forza entro i confini di una certa area geografica. Quindi, organismi statali per eccellenza sono quelli preposti a tale monopolio: Forze Armate, polizia, magistratura e il loro apparato immateriale di leggi e materiale di armamenti, caserme, tribunali, prigioni, ecc. Marx ed Engels aggiunsero a tale definizione che il monopolio della forza è esercitato in difesa dei rapporti di produzione dominanti. Pertanto, lo Stato, dal punto di vista di classe, non è mai neutrale, compreso quello formalmente più democratico, essendo sempre l'organismo della classe dominante. Nella società divisa in classi, lo Stato rappresenta, per usare le parole di Marx "la violenza concentrata e organizzata della società"[9]

Tuttavia, Marx ed Engels dissero anche altro: lo Stato non è solo oppressione mediante la forza fisica di una classe sulle altre ma anche mediazione tra le classi, per evitare che la lotta tra di esse giunga fino al punto di far collassare l'intero edificio sociale. In tal senso, sempre secondo Marx e Engels, la repubblica democratica rappresenta l'involucro migliore per l'esercizio del potere borghese[10]. Con il tempo, sia per l'evolversi di tale mediazione sia per l'evolversi e il rendersi più complessa dell'economia e della società, nuove funzioni si sono aggiunte alla macchina dello Stato, creando, accanto a Forze Armate e corpi di polizia permanenti e professionali, enormi apparati burocratici e amministrativi. Ma la combinazione dei due aspetti, forza e mediazione, è sempre centrale. 

L'analisi di tale dialettica fu approfondita da Lenin e da Gramsci, nel concetto di egemonia, e poi da altri come Althusser e Poulantzas[11]. Chi studia oggi Gramsci dovrebbe porsi la questione di attualizzare i suoi insegnamenti e mettere in pratica il suo metodo, che oggi non può prescindere dall'analisi della forma dei sistemi politico-istituzionali e di riproduzione del consenso, nel quadro della globalizzazione, dell'ideologia del cosmopolitismo e, in Europa, dell'integrazione economica e valutaria. Quindi, la forma che lo Stato assume è decisiva, perché la forma non è un mero involucro bensì un principio di organizzazione dei rapporti sociali. Detto più chiaramente, la forma che lo stato assume definisce i rapporti e le modalità di mediazione tra le classi vigenti in un certo periodo storico.

Dopo la seconda guerra mondiale, la sconfitta militare del fascismo e della classe dominante italiana e il protagonismo dei partiti legati alla classe operaia avevano modificato i rapporti di forza, che furono cristallizzati, in Italia (e nel resto dell'Europa occidentale), in una nuova Costituzione antifascista e nella definizione di una forma di stato repubblicana e democratico-parlamentare. Lo stato non aveva perso il suo carattere di classe ma la forma che assumeva garantiva alla classe lavoratrice un terreno di lotta più favorevole. Con gli anni, il confronto competitivo con l'Urss e le lotte di classe interne, combinate con una fase espansiva del capitalismo, portarono all'allargamento della democrazia e del welfare. Il grande capitale, però, non poteva accettare i nuovi rapporti di forza a lungo, soprattutto quando si ripresentò la caduta del saggio di profitto con la prima grande crisi strutturale del '74-'75. Da allora, infatti, i think tank e le organizzazioni dell'élite del capitale occidentale, come la Trilaterale, cominciarono a riflettere su come ridurre l'"eccesso di democrazia" che ormai, dal punto di vista delle classi dominanti, affliggeva gli stati europei[12]

Bisognava modificare i rapporti di forza e, per farlo, bisognava neutralizzare le Costituzioni e subordinare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale puro e presidiato da partiti di massa e organizzati, al governo, che era più facilmente influenzabile dalla classe dominante. La controffensiva neoliberista cui si assiste in tutto il mondo capitalistico avanzato dall'inizio degli anni '80 si basava, sul piano politico, su questa strategia. In Italia, si ricorse alla modifica in senso maggioritario delle leggi elettorali e, anche grazie all'operazione "mani pulite", alla modificazione/distruzione dei partiti di massa tradizionali, cercando di adottare il sistema bipartitico anglosassone. In tale sistema i due partiti principali agiscono sui temi di fondo in base al cosiddetto bipartisan consensus, cioè come ali di uno stesso partito, impedendo qualunque alternativa reale. Ma fu l'integrazione europea e in particolare l'introduzione dell'euro a fornire lo strumento decisivo per ribaltare i rapporti di forza. 

Il Parlamento, in questo modo, viene bypassato dagli organismi sovrastatali e i meccanismi oggettivi dell'euro costringono alla disciplina di bilancio e alla compressione dei salari, permettendo l'imposizione di controriforme (come quella delle pensioni della Fornero) che in condizioni diverse non sarebbero mai passate. In questa trasformazione, a essere rafforzati sono gli esecutivi nazionali, che, infatti, sono le uniche istituzioni statali ad avere un ruolo diretto negli organismi sovrastatali europei, affermando così quel principio di "governabilità", ovvero la libertà dell'esecutivo di agire senza essere vincolato dagli altri poteri dello Stato, tanto auspicato dal capitale dagli anni '70 a oggi. Come ha ben spiegato Agamben e come abbiamo visto con il commissariamento europeo dell'Italia, all'epoca del governo di Mario Monti, tale trasformazione si è realizzata, evocando lo stato di emergenza o di "eccezione", sotto il ricatto del default e dello spread. Col tempo si è così passati da un sistema parlamentare, basato sulla centralità del Parlamento, a un sistema di fatto (anche se non formalmente) governamentale, cioè basato sulla centralità dell'esecutivo e, all'interno di esso, del premier, il quale governa con un uso massiccio della decretazione d'urgenza (decreti legge)[13]. Considerando, però, che, attraverso l'esecutivo, il potere politico è influenzato più direttamente dalle élite capitalistiche, possiamo definire la nuova forma di governo, forse più precisamente malgrado l'ossimoro, come democratico-oligarchica.

Dunque, non assistiamo all'indebolimento dello stato nazionale. Viceversa, assistiamo al rafforzamento del carattere di classe borghese dello stato. La "governabilità" è il prodotto dello spostamento di certe decisioni a livello europeo e della subalternità ai meccanismi dell'euro, ma anche delle modifiche intervenute a livello statuale-nazionale. Infatti, mentre alcune funzioni sono delegate a organismi esterni, altre funzioni decisive non solo rimangono monopolio dello stato nazionale, ma vengono rafforzate e adattate alle esigenze delle imprese maggiori. 

Negli ultimi anni gli apparati burocratici, polizieschi e militari degli stati europei occidentali non solo si sono rafforzati, ma, per quanto riguarda le Forze Armate, hanno assunto un ruolo sempre più interventistico all'estero. Del resto, le Costituzioni antifasciste europee sono state bypassate o modificate non solamente sul piano dei meccanismi di governo e sul piano economico e in particolare su quello del bilancio pubblico (introduzione dell'articolo 81 sull'obbligo del paraggio di bilancio). Lo sono state anche sul piano dell'uso della guerra come strumento di politica internazionale, soprattutto in Italia, ma anche negli altri Paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone. L'aspetto del monopolio della forza, che, come abbiamo visto, caratterizza lo Stato nazionale, non solo non è messo in comune, ma viene esercitato, seppure non nella forma di scontro armato diretto, in modo funzionale a una competizione tra Stati nazionali e tra capitali. 

Esempio lampante ne è l'aggressione contro la Libia, che è stata voluta e preparata dalla Francia non solo contro Gheddafi ma indirettamente anche contro l'Italia, con lo scopo di sostituire le sue imprese a quelle italiane nello sfruttamento dei ricchi appalti e delle ampie risorse petrolifere. Del resto, la vicenda libica è solo l'ultimo episodio di una secolare competizione tra Italia e Francia in quell'area del Mediterraneo, che è proseguita anche in epoche più recenti, dando luogo a più di una guerra per procura[14]. Eppure, l'Italia e la Francia fanno parte della Ue e della Uem. Anzi, sono proprio l'euro e l'austerity a accentuare le tendenze imperialistiche e la competizione inter-imperialistica, già innescate dalla sovraccumulazione e dalla conseguente caduta del saggio di profitto. Infatti, l'integrazione europea comprime i salari reali e la domanda interna riducendo i mercati domestici europei. Ciò accentua la contrazione della base produttiva domestica, rafforzando la spinta espansionistica all'estero, per la conquista di sbocchi alle merci e ai capitali eccedenti, oltre che di materie prime a basso costo. L'espansione economica estera è sostenuta, come nel passato, dal potere statale, con la diplomazia, gli incentivi economici e lo strumento militare. Quindi, con strumenti statali e nazionali.

Oggi, non esiste alcun esercito europeo né l'Europa interviene militarmente, in quanto Europa, in nessun luogo, se si eccettuano le missioni di scarso rilievo e importanza di Eufor. Se stati europei intervengono insieme lo fanno come singoli stati sovrani, su mandato Onu o all'interno di alleanze, con o senza il cappello Nato, che sono quasi sempre a egemonia Usa. Né esistono una polizia e tantomeno una intelligence europea. Del resto, la Ue non è capace di esprimere una sua vera politica estera, che senza Forze Armate europee non avrebbe senso. Gli stati nazionali sono gelosi custodi di queste funzioni, peraltro non accessorie ma decisive e caratterizzanti la sovranità statale o nazionale che dir si voglia. Persino su altre tematiche, ad esempio sull'immigrazione, come si è visto recentemente, l'Europa è tutt'altro che prevalente sugli stati nazionali. 

Gli aspetti sui quali l'Europa è nettamente prevalente sul livello statale sono quelli relativi al bilancio pubblico e alla emissione valutaria. Soprattutto sono la moneta unica, proprio per il suo carattere di meccanismo "neutro", e la Bce, per il suo carattere sovrannazionale, a collocarsi al di sopra dello stato nazionale. La Bce, infatti, è autonoma dai poteri statali e i governi esercitano su di essa un'influenza limitata: persino il governo più potente, quello tedesco, ne condiziona solo fino a un certo punto le decisioni. In conclusione la Ue e la Uem sono molto lontane dall'essere organizzazioni statuali o sovrannazionali in senso proprio. Sono organismi intergovernativi, dal momento che le decisioni sono prese da organismi cui partecipano i capi di governo (Consiglio europeo) e i loro ministri (Consiglio dell'Unione europea), specie quelli economici e finanziari. 

Anche le nomine all'interno della Bce sono frutto di mediazioni e negoziazioni tra i governi europei, che comunque non sopiscono le contraddizioni tra stati, di cui è stata manifestazione il costante contrapporsi tra Draghi e il ministro delle finanze e la banca centrale della Germania. La Commissione europea è tutt'altro che un governo europeo e anzi la tendenza è a diminuirne la forza, se dobbiamo interpretare la proposta tedesca di trasformare l'Esfm[15] in una sorta di  Fondo monetario europeo, come un modo per ridurre l'influenza della Commissione nelle decisioni su come affrontare il debito pubblico dei Paesi europei maggiormente in difficoltà.

3. Esiste un imperialismo europeo?

Questo è lo stato dell'arte. Bisogna, però, cercare di capire come la situazione evolverà o, almeno, quali sono le principali prospettive evolutive. Una prospettiva si identifica con la tendenza verso la più o meno rapida disgregazione della Uem, a seguito dell'accentuazione della divergenza economica tra la Germania, da una parte, e gli altri Paesi, soprattutto Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ma anche a seguito delle pessime performance della Uem rispetto alle altre economie avanzate mondiali, e a seguito delle difficoltà a gestire in modo unitario le varie problematiche, a partire dall'immigrazione. 

La seconda prospettiva è quella auspicata da molti governi, soprattutto da quelli dei Paesi più in difficoltà, che ritengono che la soluzione ai problemi dell'Europa sia più Europa, cioè la prosecuzione della integrazione europea, verso una maggiore centralizzazione sul piano economico, sul piano militare e della politica estera. Questa strategia, che trae nuove speranze dalla elezione di Macron, punta sulla capacità, specie francese, di imbrigliare la Germania in un rinnovato asse franco-tedesco, e sembrerebbe aver trovato una sponda involontaria in Trump. Al vertice del G7 di maggio si è determinata una spaccatura tra il presidente Trump e i governi europei a causa del disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Ue e in particolare della Germania e del ridotto contributo europeo al budget della Nato. La risposta di Angela Merkel agli attacchi di Trump è stata tale ("Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani") che alcuni vi hanno visto una storica rottura con l'alleato atlantico, interpretandola come il possibile avvio di un processo di autonomizzazione europeo. 

In realtà, Europa occidentale e Usa sono così l'integrate, sul piano economico, politico e militare, che risulta difficile parlare di rottura, almeno in un periodo breve. Se ci limitiamo al piano statale per eccellenza, quello militare, basti pensare alla diffusa presenza di basi militari americane in tutto il territorio europeo occidentale, dall'Italia alla Germania. Inoltre, una Europa militarmente autonoma dagli Usa presupporrebbe una sua capacità di dissuasione nucleare, il cui raggiungimento non sembra realistico, anche considerando l'uso della force de frappe francese. Senza parlare della capacità di intervenire "fuori area" con adeguate forze aeronavali, che in Europa, specie dopo la defezione britannica, sono al momento risibili in confronto a quelle degli statunitensi. La Germania sarebbe disposta a stornare ingenti risorse economiche, cambiando modello economico, per dotarsi e dotare l'Europa di forze armate adeguate a un ruolo mondiale?

Come ho avuto occasione di scrivere altrove, gli attacchi di Trump, più che a scassare la Nato e a rompere con gli europei, sembrano orientati a porre un freno al neomercantilismo tedesco, che è ritenuto non solo foriero di pericolosi squilibri della bilancia delle partite correnti Usa, ma anche un fattore di rallentamento del contrasto alla crisi globale, all'interno della quale va collocato anche l'aumento della spesa militare[16]

Il punto è che oggi in Europa (e all'interno del contesto mondiale) non esistono le condizioni per una vera unità sovrastatale, né di tipo federale e neanche di tipo confederale. Le divisioni sono molto forti e i meccanismi di funzionamento dell'euro, che nessuno sembra intenzionato a modificare, anziché favorire una unificazione statuale, la rendono ancora più problematica. Del resto, la creazione di eventuali Stati Uniti d'Europa, per quanto a nostro parere poco probabili, per lo meno in questa fase storica, non sarebbero un risultato di cui essere contenti. Nelle condizioni e con i rapporti di forza attuali, essi sarebbero egemonizzati dal capitale europeo e rappresenterebbero lo strumento più potente per l'affermazione dei suoi interessi e per l'esercizio della violenza concentrata e organizzata nelle sue mani.

Tutto ciò ci porta a porci una ulteriore questione: esiste un imperialismo europeo o ne esistono le basi per il suo sviluppo? O meglio: esiste un imperialismo europeo autonomo e unitario che sia qualcosa di più della somma dei vari imperialismi dei Paesi europei? La sua esistenza presupporrebbe due condizioni: l'esistenza di un capitale unitario con interessi convergenti, per quanto i capitali possano essere unitari e avere interessi convergenti in un contesto capitalistico di concorrenza, e l'esistenza di uno stato unitario. In effetti, la definizione marxiana di "fratelli nemici" affibbiata da Marx ai capitalisti si attaglia piuttosto bene a quelli europei. 

Certamente è vero che i Paesi imperialisti europei, a parte l'unità da bravi fratelli contro i salariati europei, possono convergere e agire unitariamente in altre occasioni internazionali. Sul piano commerciale e economico rispetto all'Europa orientale e, oggi, nei confronti degli Usa, c'è una certa convergenza. Ma in generale in queste e in altre occasioni gli interessi a un certo punto diventano divergenti e spesso i capitali e gli stati europei agiscono da fratelli nemici in concorrenza tra loro. Resta, infatti, da vedere quanto alcuni stati si sentano tutelati in una Europa finalmente unita e egemonizzata da una Germania, economicamente ingombrante e molto vicina, che non sia controbilanciata dagli Usa, potenti ma lontani. Sarebbe sorprendente vedere le élite capitalistiche e politiche (e culturali) italiane sganciarsi dagli Usa, cui sono legate da più di 70 anni di relazioni, per aderire a un blocco egemonizzato dalla Germania (o anche da un asse franco-tedesco), esperienza peraltro già sperimentata poco positivamente nella Seconda guerra mondiale.

E non si tratta solo del piano militare, anche su quello commerciale gli interessi della Germania, ad esempio nel modo di rapportarsi con i dazi da imporre alle importazioni cinesi, sono in contrasto, ad esempio, con quelli italiani. La storia europea del Novecento e dei secoli precedenti – almeno a partire dal XVI secolo - è una storia di lotte degli stati europei occidentali, magari con l'aiuto di un alleato esterno (Impero ottomano, Russia e Usa), contro qualunque stato continentale (Spagna, Francia, Germania) abbia voluto di volta in volta imporsi come potenza egemone. La rottura del balance of power, seguente al tentativo egemonico, è stata sempre prodromica al conflitto continentale, dalla guerra dei Trent'anni alla Seconda guerra mondiale. Appare poco probabile che si affermi una tendenza opposta, almeno in questa fase, visto che siamo in assenza di un processo di maggiore unificazione e che anzi ci sono molte tendenze centrifughe, a fronte di un allargamento delle divergenze economiche e della conflittualità tra Paesi europei. 

E questo vale anche e soprattutto per Francia, che pure dovrebbe essere l'altro lato di un ricostituito asse franco-tedesco su cui rifondare l'Europa. I transalpini, infatti, hanno subito più dell'Italia le conseguenze dell'aggressività economica della Germania, registrando in Europa forse la decadenza politica e economica relativa maggiore, rispetto a quello che ancora all'epoca di Mitterand appariva ancora come un partner di pari peso. E comunque, la mancanza di uno stato unitario, di una politica estera, di forze armate e di polizia europee sono un limite pesante, per la cui realizzazione non mi pare ci siano le condizioni, tantomeno in tempi storicamente brevi. Quindi, è difficile dire che esista oggi un imperialismo europeo in grado di porsi come polo imperialista autonomo o che esistano le basi perché si realizzi in tempi storicamente brevi. Più probabile, invece, è la possibilità di realizzare alleanze o forme di integrazione militare o di politica estera a geometria variabile, specie tra la Germania e i suoi satelliti (Olanda, Austria, Romania), come in effetti sembra stia accadendo.

L'impedimento maggiore è proprio l'indisponibilità della Germania a essere vincolata in una struttura politicamente più centralizzata, dove gli altri stati, la Francia essenzialmente e, in misura minore, l'Italia e la Spagna, conterebbero maggiormente e, soprattutto, la costringerebbero a rinunciare a una parte dei suoi vantaggi competitivi e benefici economici. La crisi del capitale non fa sconti a nessuno e la riduzione della profittabilità degli investimenti e delle quote di commercio mondiale non sono il migliore stimolo a dividere in modo concorde le prede con gli altri concorrenti, specie se sono meno forti. Per il momento l'unico dato certo che va registrato è l'aumento delle contraddizioni tra capitali e tra stati a tutti i livelli, all'interno dell'asse atlantico e all'interno della Ue che a cascata si estendono alle varie aree di influenza, dal Medio Oriente all'Africa, all'Asia orientale. Ne consegue la necessità di seguire con attenzione l'evoluzione di queste contraddizioni per capirne gli esiti futuri e le implicazioni pratiche per le politiche delle classi subalterne, che, sulla base di quanto detto fino a qui, devono ruotare attorno al contrasto alla Ue e alla eliminazione della integrazione valutaria.

Domenico Moro 20/06/2017

[1] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, 2003.

[2] Antonio Gramsci, Intellettuali italiani all'estero, in (a cura di) Giovanni Urbani, "La formazione dell'uomo", Editori Riuniti, Roma 1974. Antonio Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, e Direzione politico-militare del moto,  in A. Gramsci, "Quaderno 19 Risorgimento italiano", Einaudi, Torino 1977.

[3] A. Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, Ibidem.

[4] Karl Marx, Storia delle dottrine economiche, Einaudi, Torino 1977.

[5] Aa. Vv., Una proposta contro la crisi, un milione di addetti nella Pa, Economia e politica, 11 maggio 2017. http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-proposta-contro-la-crisi-un-milione-di-addetti-nella-p-a/

[6] Domenico Moro, Le vere cause del debito pubblico italiano, in Keynes blog, 31 agosto 2012. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/

[7] Nelle imprese della manifattura il Mol (margine operativo lordo) sul fatturato delle imprese italiane al di sopra del livello di piccola impresa è superiore a quello tedesco. In particolare in quella al di sopra dei 250 addetti, tra 2008 e 2014, passa dal 5,8 al 6,9%, quello della Germania passa dal 5,6 al 6,3%. Eurostat, Industry by employment size class (Nace rev. 2 B-E).

[8] Domenico Moro, Perché e come l'euro va eliminato, 14 aprile 2014. https://www.sinistrainrete.info/europa/3598-domenico-moro-perche-e-come-leuro-va-eliminato.html.

[9] Karl Marx, Il capitale, Libro I, La genesi del capitalista.

[10] Friedrich Engels, L'Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello stato.

[11] Nicos Poulantzas, Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1979.

[12] "Eccesso di democrazia" è il termine utilizzato da Crozier e Huntington in The crisis of democracy, il rapporto della commissione Trilaterale del 1975. Su questo e sul ruolo dell'integrazione europea nel contrasto all'eccesso di democrazia vedi Domenico Moro, Il gruppo Bilderberg, L'élite del potere mondiale, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.

[13] Agamben, Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

[14] Domenico Moro, La Terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

[15] Meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea. Si tratta di un programma, gestito dalla Commissione europea, che recupera fondi sui mercati finanziari per aiutare gli stati in difficoltà, usando come collaterale il budget europeo.


Fonte: qui

A Stock Market Crash Scenario


The one thing we can know with certainty is it won't be easy to profit from the crash.
After 8+ years of phenomenal gains, it's pretty obvious the global stock market rally is overdue for a credit-cycle downturn, and many research services of Wall Street heavyweights are sounding the alarm about the auto industry's slump, the slowing of new credit and other fundamental indicators that a recession is becoming more likely.
Few have taken the risk of projecting a date for the crash, this gent being a gutsy outlier: Hedge Fund CIO Sets The Day When The Next Crash Begins.
Next February is a good guess, as recessions and market downturns tend to lag the credit market by about 9 months.
My own scenario is based not on cycles or technicals or fundamentals, but on the psychology of the topping process, which tends to follow this basic script:

When there are too many bearish reports of gloomy data, and too many calls to go long volatility or go to cash, the market perversely goes up, not down.
Why? This negativity creates a classic Wall of Worry that markets can continue climbing. (Central banks buying $300 billion of assets a month helps power this gradual ascent most admirably.) The Bears betting on a decline based on deteriorating fundamentals are crushed by the steady advance.
As Bears give up, the window for a Spot of Bother decline creaks open, however grudgingly, as central banks make noises about ending their extraordinary monetary policies by raising interest rates a bit (so they can lower them when the next recession grabs the global economy by the throat).
As bearish short interest and bets on higher volatility fade, insiders go short.
A sudden air pocket takes the market down, triggered by some bit of "news." (Nothing like a well-engineered bout of panic selling to set up a profitable Buy the Dip opportunity.)
And since traders have been well-trained to Buy the Dips, the Spot of Bother is quickly retraced.
Nonetheless, doubts remain and fundamental data is still weak; this overhang of negativity rebuilds the wall of Worry.
Some Bears will reckon the weakened market will double-top, i.e. be unable to break out to new highs given the poor fundamentals, and as a result we can anticipate a nominal new high after the Wall of Worry has been rebuilt, just to destroy all those who reckoned a double-top would mark The Top.
Mr. Market (and the central banks) won't make it that easy to reap a fortune by going short.
As the market lofts to new nominal highs, the remaining Bears will be hesitant to go short, and Bulls will note that despite the dire warnings of analysts and the gloomy data on auto sales, credit expansion, productivity, wages, etc., the market keeps chugging higher.
This will infuse participants with complacency and a general sense that the market has weathered the worst than could be thrown at it.
When the surviving Bears have become wary, and the market's resilience in the tide of negative news seems to point to further gains--at that point, the market finally rolls over and "surprises" everyone.
Nice, but when will this happen? Nobody knows, but the key is there can't be a crowd of analysts predicting a decline and begging everyone to go to cash. There can't be huge short interest and massive bets on higher volatility. Everyone betting the farm on a decline and a spike in volatility must first be destroyed before the market can possibly fall.
The crash has to catch almost everyone off guard--those who lost their shirts betting on the market responding rationally to deteriorating data (i.e. those who bet on rising volatility and a market decline), those steeped in complacency and those secure in their quasi-religious faith that the central banks "have our backs and will never let the market drop."
When these conditions are met, the Crash-o-Meter pegs the upper limit of vulnerability.
Pavlovian training is deeply embedded, so the first drop will trigger a Buy the Dip frenzy. This reverses the downturn and creates the last exit point. But so well-trained are traders, few take the last exit; most feel assured that further gains are just ahead.
Central banks are presumed to be all-powerful, and the past 8 years support the conventional belief that a new central bank policy announcement will always reverse any downturn.
But contrary to expectations, selling momentum builds and the trading bots start selling in earnest, the goal being to liquidate the position entirely to escape risk. Central bank pronouncements steady the market and trigger wild spikes higher--but only for a few hours. Things have changed. Central banks cannot reverse the tide of fear, and spikes higher are seen as selling opportunities.
Alas, every bot has the same goal, and the bid disappears. That's one crash scenario; there are many others. The one thing we can know with certainty is it won't be easy to profit from the crash.

Fonte: qui

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una lingua qualunque, poi sempre da lì quella in italiano.

domenica 4 giugno 2017

Guerra di intelligence intorno a Trump.

Poco prima dell’insediamento ufficiale a gennaio, Trump ha incontrato i capi dell’intelligence statunitense. Nella stessa stanza si erano ritrovati Michael Flynn e James Clapper. Il generale Flynn era stato incaricato di guidare lo staff del National Security Council nella Casa Bianca dell’era Trump. Ma proprio Flynn, nel 2014, era stato licenziato da capo della Dia (Defence Intelligence Agency) dallo stesso Clapper, allora direttore dell’intelligence nazionale. E Flynn, dopo solo 24 giorni di servizio, è stato nuovamente silurato, questa volta dalla stessa amministrazione presidenziale, per il cosiddetto Russiagate. L’accusa è quella di aver taciuto al vice presidente Mike Pence parte del contenuto di conversazioni telefoniche scambiate con l’ambasciatore della Federazione Russa a Washington.
Sarebbe sufficiente, ma non lo è affatto, lo scenario descritto, per annusare quanta “turbolenza” agisca sia all’interno delle agenzie dell’intelligence Usa, sia nei rapporti tra Casa Bianca e i diversi servizi di su cui è strutturato l’immenso, complesso e competitivo sistema degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.
“In ogni battaglia tra i servizi segreti e la stessa Casa Bianca, l’unica risorsa effettiva della comunità dell’intelligence è di preparare informazioni o favorire fughe di notizie contro il presidente. Non ci sono, tuttavia, garanzie sul fatto che possa funzionare davvero” scriveva un esperto israeliano di intelligence lo scorso gennaio sul Financial Times.
Ma adesso nella turbolenza permanente dentro e tra le varie agenzie di sicurezza statunitensi, sono entrate anche le turbolenze nella relazioni con i servizi segreti “cugini” (così di definiscono), in particolare quelli britannici e israeliani con cui da decenni esiste una relazione speciale di collaborazione.
Con i primi durante tutta l’epoca della guerra fredda c’è stata una cooperazione strettissima a tutti i livelli. Con i secondi c’è stato anche qualche incidente, come quello dell’agente Pollard che, inserito nelle agenzie statunitensi (analista della Us Navy), passava informazioni al Mossad. Era stato arrestato nel 1985 e liberato nel novembre del 2015 dopo quasi trent’anni di carcere per tradimento. Era stato l’addestratore del Mossad Rafi Eitan, a reclutare Pollard nei servizi segreti israeliani, come lo stesso Eitan rivelò in un’intervista ad Haaretz del dicembre 2014. Secondo i responsabili dell’intelligence americana c’erano le prove secondo cui le informazioni ottenute da Pollard sarebbero state passate dal Mossad ai sovietici in cambio della libertà per gli ebrei russi di continuare a emigrare verso Israele. Ed effettivamente con l’era Gorbaciov (seconda metà del 1985) vennero via via aperte le porte alla emigrazione di massa dall’Urss verso Israele (600mila persone), un processo che ha significato la lapide materiale sulle aspirazioni palestinesi.
Qualche giorno fa, lo scenario si sarebbe ripetuto ma a parti opposte, con Trump accusato di aver rivelato ai russi notizie fornitegli dal Mossad sulle forze dell’Isis sul teatro di crisi siriano.
Il recente incidente con la fuga di notizie sui giornali Usa relative alle indagini per l’attentato di Manchester, è forse il segnale più brusco del cambiamento di clima nelle relazioni da sempre strettissime tra i servizi segreti britannici e quelli statunitensi. In Gran Bretagna gli sgambetti tra servizi sono spesso più “interni” tra le due sponde del Tamigi dove risiedono i servizi che fanno riferimento al Foreign Office (MI 6) e quelli per la sicurezza interna (MI5).
Ad un occhio “smaliziato” non era sfuggito come le prime indiscrezioni sull’attentatore e l’ordigno di Manchester venissero diffuse dal New York Times, piuttosto che dalla stampa britannica. Si è scoperto poi che la fuga di notizie era stata favorita dai “cugini” americani come vero e proprio inciampo sulla strada di Trump alla vigilia del vertice Nato e del G7. La sfuriata della May a Trump e la promessa del presidente Usa di punire i responsabili annuncia una nuova fase di redde rationem nel rapporto tra Casa Bianca e agenzie di intelligence statunitensi.
Ma la bomba che si prepara a deflagrare per prima, sembra riguardare più i servizi britannici che gli statunitensi. La rivelazione che il padre dell’attentatore, Abeidi, abbia lavorato per lungo tempo come terminale dei servizi segreti britannici dentro i gruppi jihadisti in Libia non può passare inosservata. 
Al contrario getta una luce fosca ma illuminante sul “lavoro sporco” che i servizi inglesi attuano in Medio Oriente e, a quanto sembra, all’insaputa dei “cugini” Usa.
Ramadam Abeidi, il padre dell’attentatore, era infatti uno dei Manchester Fighters spediti in Libia nel 2011 dalla Gran Bretagna a combattere per la caduta di Muammar Gheddafi (altro che rivoluzione, ndr). Nel 1991, Ramadam aveva lasciato la Libia con la sua famiglia ed era andato in Arabia Saudita, dove aveva addestrato i mujaheddin afghani e arabi che combattono in Afghanistan contro il governo di Najibullah che i sovietici hanno lasciato alle loro spalle dopo aver abbandonato Kabul. Nel 1992, i mujaheddin entrano a Kabul, uccidono in modo brutale Najibullah e assumono il potere prima di riscatenare una sanguinosa guerra di tutti contro tutti fino all’arrivo dei Talebani. Ramadam si trasferisce allora in Inghilterra (a Londra prima, a Manchester, poi) per unirsi alla diaspora libica islamista raccolta nel “Libyan Islamic Fighting Group” (LIFG).
Insomma un miliziano a disposizione dei servizi britannici per azioni coperte in Libia e Medio Oriente.
E’ da questi dettagli che si capisce come l’attentato di Manchester, la fuga di notizie, le tensioni tra May e Trump si stanno portando dietro e dentro contraddizioni assai più rognose di quelle che i telegiornali danno in pasto quotidianamente all’opinione pubblica.

lunedì 29 maggio 2017

G7: un fallimento annunciato



Il fallimento totale del recente G7 di Taormina era a tutti gli effetti già stato annunciato. 
Infatti i presupposti erano già visibili negli scorsi anni e sulla base del fallimento di altri organismi internazionali ad esempio il WTO o dei trattati multinazionali quali il TTIP.
Fino a che il mondo era dominio incontrastato di una superpotenza egemone, gli Usa, l’allora G8 – poi mutilato della presenza della Russia su accordo di Usa e Ue – era guidato dall'agenda del Presidente statunitense al quale, al massimo, i vari rappresentanti dei paesi satellite o subalterni chiedevano qualche favore, qualche deroga, qualche privilegio all’interno della spartizione delle risorse e dei mercati che andava comunque a vantaggio di Washington.
Ora, in piena competizione globale tra poli imperialisti, potenze regionali e internazionali di vario tipo, è pressoché impossibile che si trovi un equilibrio tra progetti, interessi, egemonismi diversi quando non opposti e irriducibili.
E’ per questo che un meccanismo di governance come il G7 non può funzionare, perché si deve confrontare con un mondo improntato al ‘tutti contro tutti’, e considerando, inoltre, la mancanzatra i ‘7 grandi della Terra’, molte delle potenze fondamentali quali la Cina, la Russia e l’India.
Quando esisteva il mondo unipolare a dominanza statunitense in molti auspicavano un mondo multipolare, più equilibrato. Ma un mondo multipolare, in un contesto capitalistico per di più speculativo in piena e interminabile crisi, da oltre 3 decenni, non può che tendere al caos, allo scontro e in ultima istanza alla guerra. Gli Stati Uniti, in crisi di egemonia sul fronte economico, politico e culturale, non abbandoneranno certo lo scranno del comando senza combattere e difenderanno la propria posizione con le unghie e con i denti.

domenica 21 maggio 2017

Vaccini? Con intelligenza!


Esistono vari modi di parlare dello stesso argomento.
Dipende dall’argomento, dalla preparazione di chi spiega, dalla sua comprensibilità, dalla capacità di comprendere di chi ascolta.
Personalmente, quando tengo le mie conferenze, mentre parlo, ascolto chi mi ascolta, per essere sicuro di riuscire a farmi comprendere.
Il silenzio di chi ascolta, insieme ad una particolare luce negli occhi è la prova dell’efficacia della comunicazione.
Negli anni, non ho mai voluto parlare di vaccini per più di qualche secondo, perché ritengo tutt’ora che sia uno degli argomenti ove le variabili relative ai momenti cui ho fatto cenno nelle righe di sopra sono così numerose, da essere con estrema difficoltà controllabili.
Il tema vaccino è sempre correlato all’ansia di morte, ma la nostra società alimenta questa ansia e vi costruisce del commercio, perciò è vano voler scardinare le dinamiche fobiche intrise di paura di morire con alcuni discorsi.
Ci si scontra con degli automatismi che accedono a livelli antecedenti a quelli della comprensione logica.
I produttori di vaccino affermano per iscritto che non possono garantire che il vaccino funziona.
A loro è perdonata l’assenza di scientificità di un prodotto che vendono, a caro prezzo, e con l’avallo delle Istituzioni.
La mole gigantesca di Letteratura dimostrante il superamento delle grandi malattie infettive grazie al miglioramento della qualità della vita in generale non viene tenuta in debito conto, perché il livello culturale necessario, per accedere a tale livello di sapere, è molto più alto di quello al quale è tenuta la massa.
La massa deve sentirsi impotente, indifesa, deve correre a spendere per avere una garanzia di sopravvivenza e deve alimentare indotti commerciali robusti e appoggiati in buona e cattiva fede, da Istituzioni, mezzi di comunicazione e altre componenti sociali, che non reggono sedute al tavolo della scienza, per vedere chi è in grado di condurre sino in fondo un discorso e decidere chi vince la partita.
Nei vaccini, sono presenti varie impurità, conservanti, prodotti che non hanno nulla di rassicurante per una persona che li introduce dentro di sé, con una via che non si verificherà mai in natura spontaneamente.
I periodi di copertura di qualunque vaccino sono come il taglio dei capelli, non si sa mai quando è il momento giusto per andare a tagliarli, talvolta è troppo presto, ma non si avrebbe il tempo per farlo successivamente, talvolta è troppo tardi, ma non si poteva andare prima.
Il risultato finale è che, ferma restando l’idea di tagliare i capelli periodicamente, non si riesce mai ad avere i capelli alla lunghezza giusta.
Traduciamo (vi ricordo che sono Specialista in Immunologia), e spieghiamo subito che ogni qualvolta l’organismo viene a contatto con un agente patogeno (capace, potenzialmente, di dare malattia), il suo sistema immune, la cui complessità vi risparmio in queste righe, attiva una risposta, molto diversa a seconda della quantità di germi, della via, attraverso la quale, questi raggiungono l’organismo, delle condizioni generali della persona, di un numero enorme di altri fattori.
Le prime fasi di risposta sono imperniate sul reclutamento di una parte dei sistemi di difesa, che, solo se la presentazione del germe è imponente e ripetuta, lascia spazio all’elaborazione di ulteriori livelli di risposta, sino a livelli di immunità anche molto seri ed effettivamente protettivi.
Tuttavia, nella pratica corrente, è in dubbio se convenga tenersi lontani da alcuni germi e se convenga sfidarli portandoseli dentro anche con vie innaturali, per innescare ad ogni costo una risposta protettiva a tutti gli effetti.
Ricordo che in alcuni casi, come per la tubercolosi, il vantaggio di non aver mai incontrato il Bacillo di Koch è legato allo stile di vita sano della persona; ho dei seri dubbi sulla ovvietà di inoculargli un vaccino per costringerlo a “conoscere” la tubercolosi.
Infatti, in tempi di tubercolosi, anni addietro, quando vi era una incidenza maggiore di questa malattia, era ben noto che moltissime persone, pur avendo incontrato il germe, erano in grado di confinarlo all’interno del così detto processo primario di Ranke, praticamente in un apice polmonare, fatto che non coincideva con la malattia conclamata, ma significava solo che l’organismo aveva potuto neutralizzarne la manifestazione vera e propria.
La tubercolosi offre un modello sperimentale molto interessante per capire alcune cose.
Infatti, con la intradermoreazione alla tubercolina, è possibile vagliare la reattività dell’organismo al germe, che può essere scarsa, modesta o vivace. Sia una risposta scarsa che una risposta vivace non sono sinonimo di assenza di malattia oppure di malattia grave, in quanto una persona che non reagisce può essere incapace di farlo perché non immunizzata, ma anche perché gravemente defedata, quindi attaccabile, così come una vivace risposta può essere segno di protezione importante, ma spesso, più facilmente segno di una grave attitudine della malattia a dare il ben noto granuloma tubercolare, o tubercoloma.
In questo esempio, l’immunità è del quarto tipo, secondo la classificazione di Gell e Coombs, cioè cellulo-mediato.
Ne parlo solo per gli addetti ai lavori, ma soprattutto per far capire che l’interpretazione dei fenomeni è molto delicata.
Si scivola nel dover parlare di Igiene, una parola che non significa pulizia, ma arte di vivere in salute (http://salvatoreraino.com/germi/).
Alcune affermazioni che i produttori di vaccino introducono nei lunghissimi bugiardini delle loro confezioni non raccomandano alcuni vaccini in soggetti oltre i 25 anni di età.
Senza che io scenda in dettagli scientifici in tale direzione, vorrei chiedere quanti di voi lo sapevano e che risposta siete disposti a darvi.
La verità è che, leggendo con attenzione e con le dovute nozioni che sono appannaggio di poche persone, l’esito finale nei riguardi della partica vaccinica diventa paragonabile ad una roulette russa.
I giornalisti, secondo il loro solito stile, quasi sempre poco etico, spargono la poca marmellata, su strati sottili  assai diffusi.
Per i vari germi in questione, per esempio, per la meningite, i ceppi sono numerosi, anche più di quelli conosciuti, tanto che una protezione idonea è soltanto un fatto ipotetico che noi dovremmo abbonare ai produttori, che si guardano dal non assumersi responsabilità. Ma chi siamo? Babbo Natale?
Inoltre è raro che una meningite sia ormai sostenuta dai germi classici. E’ evidente che insistere sulla possibilità di immunizzare le persone non può essere il criterio di prima scelta.
Vorrei vedere, se il servizio vaccinale fosse privo di ripercussioni commerciali; chi gli andrebbe dietro….magari lo farebbe a livello di volontariato?
E’ molto disonesto non spiegare alle persone che la parola meningite significa solo infiammazione delle meningi, ma che dietro a questa realtà si nasconde un mondo di variabili, che i vaccini, fermo restando tutti gli inconvenienti che portano, non riescono a coprire se non per una minuta e ipotetica percentuale di situazioni, che meritano di essere studiate, una ad una, per conferire davvero ad un vaccino una dignità scientifica salvavita.
Ma una diffusione di modesta entità di qualsiasi prodotto non muoverebbe fatturati degni di nota nel panorama degli aspetti finanziari, che le multinazionali hanno parecchio a cuore.
I medici, però, non dovrebbero fare confusione fra aspetti scientifici ed etici e aspetti derivanti dagli incentivi ricevuti dalle ditte!
I medici dovrebbero farsi garanti di una vera scientificità comportamentale, invece, spesso deragliano.
Poi vi sono gli aspetti comici, che ricordano i film di Totò, di Alberto Sordi, quando, per esempio, si ammala  una persona vaccinata e si commenta dicendo che è stata una fortuna che fosse vaccinata perché la malattia è stata meno grave! Ma stiamo scherzando?
Insomma, è evidente che qualcuno fomenta con ogni mezzo, sordidamente e cinicamente, diverse riletture degli accadimenti, tanto per spostare la ragione sempre verso alcuni orizzonti, che, guarda caso, sostengono fatturati.
E’ patetico che si arrivi, proprio nei momenti più idonei, a promuovere campagne vaccinàli gratuite (cioè, praticamente, a pagamento di tutti), e a mandare ingenti lotti di vaccinazioni in certi paesi (ma proviamo a leggere la letteratura in merito, prima di esaltarci). Il Libro Cuore non c’entra!
I giornalisti, a cavallo di giornali e televisioni, impestano l’aria, senza sapere nemmeno di che cosa stanno parlando, innescando processi mediatici, di cui non possono più controllare il destino.
Poi ci si mette anche il ministro di turno, che, più incompetente che mai, paventa ripercussioni per chi ha i mezzi e il coraggio di fare ragionare le persone. Vergogna!
Sappiano tutti che il sapere è la forma di potere più grande e che ogni persona, anche colta, ha molti mezzi per difendersi, soprattutto in una società come quella nostra attuale, in cui ormai nessuno ha paura di perdere nulla.
E’ una vergogna che si diano soldi a incantatori di serpenti e non si dedichino soldi ai terremotati e a tanti poveri disgraziati che restano in difficoltà, senza limiti di tempo.
Così come è vergognoso anche che i carabinieri intervengano contro i rappresentanti ufficiali del sapere e non ricevano ordine di procedere contro gli incantatori di serpenti.
Ma le forze dell’ordine sono molto brave in questa nobilissima arte. Sono tempi di verità!
La giustizia trionferà da un giorno all’altro.
Quando fu di Poggiolini e De Lorenzo, ci è voluto del tempo, ma questi personaggi sono diventati i buffoni della Sanità.
L’obbligo di provare l’efficacia di un prodotto è tanto più severo quanto più il prodotto non è innocuo.
Ma abbiamo capovolto le cose, e ce la prendiamo con chi usa prodotti non compromettenti, e così cerchiamo di esaltarne al massimo la pericolosità.
Quanto al concetto di epidemia, è tribale come l’ignoranza e la malignità ci sguazzino, designando con parole sbagliate situazioni che non hanno nulla di pericoloso, se non l’ignoranza delle persone che cascano nell’inganno e alimentano il gioco globale.
Si arriva a emarginare le persone che hanno una visione corretta, il tutto, ancora una volta per interessi speculativi di bassa lega.
Nella storia delle epidemie, l’elemento scatenante non era mai primariamente microbiologico, bensì era l’ignoranza, la tribalità degli stili di vita, la profonda ignoranza e la perseveranza nel distogliere lo sguardo dalle reali cause che determinavano l’epidemia.
Molte persone albergano germi, che non procurano malattia, ma che possono essere mortali per altre persone.
Significa che:
  • Malattia e germi non sono legati univocamente
  • Le situazioni di malattia non possono essere scongiurate pretendendo solo di immunizzare l’organismo (tranne che in situazioni particolari, in cui dobbiamo ringraziare i vaccini)
  • La condizione di portatore sano dimostra che bisogna togliere importanza ai germi e darne di più alla reattività globale della persona, che, solo in ultimo è di tipo immunologico
  • Se non fosse così, il numero di malattie infettive sarebbe pazzesco, dato che le misure atte a contrastare i germi sono talmente alla portata di tutti da essere ormai la regola anche nelle mani più inette
  • Gli stili di vita sono più importanti di un vago concetto di protezione immunologica e antibiotica, che non soddisfa le cime del sapere, quindi non dovrebbe essere dato in pasto troppo facilmente al volgo
  • La vaccinazione a tappeto, lungi dall’essere motivo di vanto per la comunità, rischia di essere uno degli esempi più gratuiti di volgarizzazione del sapere, più o meno come l’uso di tanti farmaci, che le persone assolutamente non meritano
Ragioniamo: esiste un mondo di creature di vario genere che sono destinate a interagire fra di esse.
Avete mai visto le mosche mangiare un cane. No tranne che quando questo sta morendo o è già morto.
Avete mai visto i germi attaccare e demolire una pianta viva? No, se non quando la pianta è degradata al termine del suo ciclo vitale.
Avete mai visto affezioni fungine della pelle o delle unghie in soggetti che hanno il giusto pH? Soltanto in soggetti con particolari forme di immunodepressione congenita o acquisita, ma sono pochissimi.
E allora, perché dobbiamo considerare i soggetti normali come se fossero immunodepressi?
Molti processi di malattia sono forme di convivenza fra organismi che non vivono in pieno e forme di vita che vorrebbero impadronirsene.
Per rimanere in salute, occorre avere sempre una vitalità alta.
Nella mia vita, assieme ad alcuni amici, ho, più volte affrontato il freddo, per esempio nuotando, anche in inverno, in sorgenti di acqua ghiacciata, senza che mai contraessimo una malattia, come la polmonite o la meningite, anzi traendone una indescrivibile salute.
Piuttosto, voglio raccontarvi di come tengo in salute il mio cavo orale.
Entro pochi minuti da ogni introduzione di cibo, procedo con bicarbonato di sodio, filo interdentale, poi spazzolino e dentifricio, quindi lavaggio anche della gola e dell’esofago.
La bocca è, sempre, quasi come una sala operatoria, pressoché sterile  senza processi infiammatori e putrefattivi di nessun genere .
La bocca è una cavità a temperatura più o meno corporea, quindi quella giusta per far moltiplicare dei microorganismi.
Essa presenta una notevole complessità, in quanto, fra i denti, si situano le papille gengivali, che sono piccole piramidi di tessuto vivo, normalmente di colore roseo, che, normalmente, non patiscono di alcun segno di infezione.
I denti sono infissi, saldamente all’interno degli alveoli dentari, con dei sistemi di tenuta gengivale favolosi che impediscono a qualunque germe di insinuarsi in aree che non sono destinate ad essi e devono rimanere pressoché sterili.
Le tonsille palatine, le adenoidi, le tonsille del V linguale, nel loro complesso, formano il noto anello di Weldeyer, che è una importante dislocazione di cellule immunocompetenti, disposte all’ingresso delle prime via aeree e digestive.
Sembra che la natura abbia voluto un sito di particolare sorveglianza proprio nel punto in cui il soggetto potrebbe dare accesso ad agenti in grado di esercitare la propria patogenicità.
In molti casi, tali strutture si ipertrofizzano, diventano più pronunciate, come se non bastasse il loro volume normale per assolvere le funzioni per cui sono previste.
Non ci si chiede perché.
In situazioni acute, insieme alla febbre, al mal di gola, al catarro, si associano altre sofferenze che coinvolgono anche l’intera persona.
Che cosa sta accadendo?
L’organismo è impegnato nell’arginare con i propri mezzi l’attacco che alcuni microorgarnismi vorrebbero porre in essere a danno della sua integrità.
In effetti anche questo mio linguaggio non è esatto e risente dell’immaginario collettivo, come nelle fiabe, dato che parla di una presunta volontà dei germi di arrecare danno alla persona.
E’ verosimile, che quei germi non sappiano proprio nulla delle vicende che arrecano con la loro propensione naturale ad intervenire in presenza di substrati con determinate caratteristiche, malsane.
Vediamo come vive la persona che versa in condizioni come quelle descritte, pensando che un quadro sovrapposto del genere può essere acuto, ma che spesso situazioni di ipertrofia tonsillare, con catarro cronico, alito cattivo, facilità ai colpi d’aria….sono la regola, e che in questi casi si ricorre a tutto tranne che a modificare alcune abitudini che sono la causa della situazione.
La persona in questione, invitata ad aprire la bocca lascia apprezzare facilmente una infiammazione cronica e diffusa dell’orletto gengivale, che appare violaceo, discontinuo, con presenza di alcune aree di pus.
L’altezza delle gengive rispetto ai denti appare ridotta, e appaiono, in misura variabile, delle sacche gengivali che possono anche sanguinare facilmente, con una pressione anche minima, oppure con lo spazzolamento dei denti.
In questi casi, la televisione propone l’uso di un dentifricio che impedisce il sanguinamento.
Sempre in queste persone, vi è una più o meno avanzata ipersensibilità anche dolorifica, quando si spazzolano i denti, oppure per il caldo o il freddo degli alimenti.
Anche per tali problemi sono pubblicizzati, sempre dalla televisione, dei dentifrici che riducono la sensibilità.
Le sostanze impiegate per ottenere ciò possono vantare effetti collaterali gravissimi, sia neurologici che cardiologici, di cui non si parla mai.
Alcune figure di dentisti si prostituiscono per compensi economici, affermando che il dentifricio in questione funziona.
Nessuna menzione al fatto che se non si ha accurata igiene orale, le gengive si scollano dai denti, lasciando scoperto il colletto, che grazie a Dio, ha una notevole sensibilità, perché la natura ha previsto persino che il soggetto capisca che sta sbagliando a impostare la vita in un certo modo.
Ovviamente vi sono anche le gomme da masticare, che servono ad eliminare il cattivo odore della bocca, in preda a fenomeni di putrefazione cronica dei nobilissimi tessuti parodontali, i quali, lasciati a contatto cronico con residui di cibo, vanno incontro a veri e propri fenomeni di decomposizione in vivo, con tanto di colonie batteriche di ogni genere.
Questi soggetti hanno facilmente tonsille gonfie, perché l’organismo è continuamente attaccato da fronti di germi non previsti, che vengono arginati soltanto dal reclutamento di misure speciali rappresentate da organi linfàtici aumentati di volume, con un maggior numero di linfociti e con un allertamento di meccanismi di difesa, che occupano volume e giustificano il quadro cronico.
Eppure a questi soggetti, spesso bambini, pieni di merendine, cocacola, che non lavano i denti….vengono tolte le tonsille e le adenoidi, nel rituale macabro tribale, tra i fumi e i fuochi di aborigeni che danzano nella notte, con i loro gonnellini annodati.
La bocca di queste persone è orribile, conserva sempre detriti di cibo in decomposizione fra i denti, spesso al posto delle papille ormai scomparse e in corso di ulteriore putrefazione.
Si associano detriti di tartaro, cioè concrezioni calcaree consentite dal ph particolare in loco e dalla vivace attività metabolica dei germi che trovano un paradiso terrestre, pieno di risorse per vivere e moltiplicarsi in tali fortunate, quanto diffuse situazioni.
La verità è che, raramente, facendo aprire la bocca al paziente, si trova una bocca sana, in condizioni che lasciano capire che egli ha cura della sua bocca e della sua persona.
Secondo voi, se vacciniamo una persona così per qualunque germe, quanto egli sarà effettivamente protetta dalla possibilità che qualche milione di germi, da una gengiva, arrivi dritta al cervello e alle sue meningi, e se lo mangi in poche ore?
Perché la televisione non parla di questi meccanismi e continua invece a voler far vendere questi benedetti vaccini, come se fossero l’unico motivo per cui l’umanità non si estingue.
Lo so che il modo in cui parlo è misto di comico e macabro, ma sono arrabbiato, davvero arrabbiato, perché non tollero più le cialtronerie che sento raccontare in giro.
L’orletto scoperto dei denti di queste persone, che mi guardano come un extraterrestre, quando mi affretto a lavare la mia bocca dopo un pasto, in qualunque posto io mi trovi, è spesso colorato di varie sfumature, ognuna delle quali ricorda una capsula di Petri per la coltura batterica in laboratorio.
Quindi, in questi casi, la persona ha un laboratorio di coltura batterica in bocca, dal quale si sprigionano anche immunocomplessi che poi guadagnano il torrente circolatorio e possono produrre malattie di ogni genere, anche gravi.
Ma nessuno farà mai aprire la bocca a queste persone. Oppure si arriverà, solo troppo tardi, a individuare un granuloma apicale con un esame radiologico, dopo aver praticato mille terapie antibiotiche, mille vaccini, mille antiinfiammatori, mille dosi di cortisone, mille disinfettanti, mille misure che fanno guadagnare mille produttori, tutti che si vantano di produrre articoli clinicamente testati, che non significa un benemerito cazzo.
Così si svia il riconoscimento del nesso fra cause e malattie, ma l’importante è che gìrino dei soldi, e che le persone si ammalino sempre di più.
Poi arrivano le pratiche sessuali incongrue, come passaggi del membro dall’ano alla bocca, alla vagina…..mentre si aggiungono anche i tamponi vaginali e altri trattamenti antibiotici e di altro genere, senza chiedere quali siano i comportamenti intimi.
Sono davvero scocciato dalla stupidità del genere umano e dalla sua insolenza di fronte all’autorevolezza della scienza che non ha nulla a che fare con gli stramaledetti prodotti clinicamente testati.
Al posto di tante sciocchezze su farmaci, vaccini ed altri sistemi che arricchiscono farmacie & c., bisognerebbe vendere la cultura, il sapere, le regole per vivere bene e non ammalarsi.
Ma non ho finito, perché sono veramente arrabbiato!
Tutte le schifezze che mangiamo ogni giorno riempiono e sàturano il circolo linfatico, lo fanno spurgare tramite gli organi linfoidi, per esempio quelli dell’anello del Waldeyer.
E’ inutile che continuiamo a bombardare i nostri bambini con gli aerosol, di cortisone, antinfiammatori, antibiotici.
Per non parlare della bellissima abitudine di combattere la febbre, che poniamo in campo proprio quando l’organismo non ce la fa più e ricorre anche alla febbre per attivare al massimo immunità e metabolismo nel tentativo estremo di liberarsi di tossine e germi che vi pullulano sopra.
Capito, miei cari pediatri? Avete capito? E’ arrivato il momento di fermarsi e farsi domande sul perché la vita è gravata da tante malattie e tante morti evitabili e se soltanto sapessimo vivere meglio!
E attenzione! Io non ho mai istruito nessuno sull’evitamento dei vaccini, piuttosto gli ho indicato che cosa potesse studiare per documentarsi e decidere con la propria testa, non con la testa di quei disgraziati di giornalisti in combriccola coi poteri forti.
Attenzione anche a non pensare che i miei argomenti siano solo le quattro cavolate che ho scritto nelle righe precedenti, perché sarebbe un grosso errore pensare, anche un solo attimo, che nella mia banca dati vi sia solo questo piccole esempio rappresentativo di piccole grandi verità i cui risultati ricadono ogni giorno sulla testa di tutti come tegole pesanti che arrecano danni e ci lasciano ancora inconsapevoli sulla verità.
La vita si alimenta di stile, qualità, armonia, cultura, eleganza, scienza, moralità, etica, e non di mille stronzate, che vogliono venderci mentre stanno crepando proprio quelli che le vendono.
Gli attacchi del sistema sono spesso inauditi, come il voler privare i bambini non vaccinati della facoltà di frequentare i momenti di comunità, col delirio che sarebbero pericolosi per la salute dei vaccinati.
Ma siete impazziti?
Se avete il coraggio, sedetevi al tavolo e, per tutte le ore che ci vogliono, lasciatevi sbranare dalla sequenza di ineffabili ragioni, e dopo, non permettetevi, mai più, di infastidire chi ne sa più di voi, nell’interesse della comunità, questa volta clinicamente testato.
E chiaro?
Bisognerebbe vergognarsi di spargere i germi dell’epidemia mentale, che spinge le persone a diventare sempre più stupide e moleste, con i loro automatismi tribali e pericolosi.
Quanto agli antibiotici, dovremmo parlare soprattutto dei danni che arrecano, prima di spingerci nel diritto di usarli, senza mai dimenticare che, quando poi essi servono davvero, rischiamo di trovarli inutili, perché i germi se la ridono, tanto si sono abituati ad usarli anche come mezzo di sopravvivenza (chiamasi resistenza batterica).
I giornalisti, se vogliono fare notizia, abbiano il coraggio di far parlare, a lungo, per il tempo che ci vuole, anche le autorità fuori del coro, come me. Poi vediamo!
Sono venti anni che mi trattenevo e non dicevo tutto quello che ho detto così chiaramente, era il momento giusto, perché negli ultimi tempi, si sta esagerando a rendersi vittime di quattro delinquenti che arrecano solo danno alla comunità e che non sono in grado nemmeno di proteggere i propri figli dalle insidie dell’ignoranza, della malattia, ma diciamola in sintesi, della psichiatria finanziaria.
Tutto deriva sempre dalla maledetta malattia psichiatrica, per la quale tutti pensano che sia legittimo fare soldi attraverso qualunque sistema. Adesso basta!
Se i miei argomenti fossero solo questi, non li avrei enunciati. Fortunatamente essi sono solo la parte emergente di un gigantesco iceberg, che è il mio sapere costruito attraverso milioni di momenti di silenzioso ed umile studio.
Quanto alla scientificità, che viene tante volte invocata, come baluardo per giustificare certe porcherie che non hanno limiti, ebbene si sappia che se la scientificità fosse solo questa, il pianeta si sarebbe solo estinto.
Scientifica è la vita, ma a patto di volerla studiare con rispetto, con onestà per difendere realmente la vita di tutte le persone e la promozione di un effettivo incremento della qualità della vita stessa.
Tutte le volte che un prodotto muove guadagni dovremmo chiederci se è inevitabile il suo uso.
Altrimenti, il mondo si riempie ancora di più di fandonie.
Un appello ai magistrati: che si muniscano, d’ora in poi, e diano ampio spazio a tutte le campane, per affrontare un caso di responsabilità professionale di un medico, specie se questo è un medico così detto alternativo. Sarà una interessante opportunità per non sbagliare, non incorrere in errori della magistratura anche perseguibili, incrementare il proprio livello di cultura, rimanere umili e giusti, e non rallentare il processo di crescita di un livello adeguato di informazione, ma soprattutto sarà il momento di non prestarsi a logiche mafiose, di cui si alimentano  molti avvocati  pronti ad affiancare chiunque si convinca, troppo facilmente, che è stato un errore medico a determinare danni o la morte di un proprio caro.
Non si fanno partire procedimenti penali destruenti, sulle sole illazioni di ignoranti, animati solo da vendetta e tanta tanta cattiveria. Molti avvocati vivono così.
E’ vero che i medici devono tornare ad interrogarsi sul senso del loro lavoro, ma non sarà inseguendoli e braccandoli così che miglioreremo il livello di assistenza sanitaria.
E per coloro che proprio non tollerano il mio modo di esprimermi in questa occasione, ricordo che non si contano le guarigioni strane, sia in persone che in animali, delle quali ho ampie testimonianze.
I tempi cambiano: avremo una sempre minore affermazione della cattiveria e della stupidità, in cambio di una maggiore intelligenza e onestà.
Gli operatori sanitari stiano attenti a cambiare i guanti passando da un paziente all’altro, perché i pazienti non sono bestie da macello e non basta preservare sé stessi per lavorare bene.
I criteri di morbilità e mortalità devono passare sotto un processo di profonda revisione.
Per esempio, mi piacerebbe essere chiamato personalmente a esaminare tutto quello che è accaduto prima della morte di diverse persone che poi vengono utilizzate come carro della vittoria dai giornalisti complici del sistema repressivo.
I giornalisti non devono essere investiti dello strapotere che hanno, dato che innescano processi che alla fine  confondono e influenzano persino i processi in aula. Vergogna!
Abbiamo detto tanto, ma non abbiamo detto nulla, perché dovremmo parlare ancora del disordine della vita, nella sua totalità, dei meccanismi per cui si mantengono le persone in regime di schiavitù, convincendole di essere portatori di privilegi che in effetti sono la loro vera catena.
Non posso approvare le persone in fila che in questi giorni ambiscono a farsi vaccinare per la meningite, magari gratuitamente.
La medicina ha bisogno di mezzi raffinati che devono essere prima di tutto preventivo, ma per fare ciò occorre cultura e onestà.
Bisogna imparare a guadagnare, vendendo cultura.
Poi vi sono i casi in cui occorrono i farmaci, ma sono pochissimi rispetto all’oceano che attualmente viene ritenuto inevitabile.
In questi casi speciali, occorrono profili di professionalità speciali, che applichino, secondo scienza e coscienza, di tutto, farmaci, vaccini, immunoterapie, ma stiamo parlando di piani elettivi di azione, non di piazze dipinte a festa per la gioia malsana dell’industria.
Vi sono situazioni spinte di malattia in cui non è possibile non fare uso dei mezzi più avanzati ed eroici.
Dedichiamoci a tali ambiti, con serietà e dedizione, perché in queste fasi, ogni momento rischia di essere l’ultimo.
Nessuno complichi le cose prima che le cose si siano complicate spontaneamente.
I medici restino quanto più possibile fuori dalle logiche di mercato, che poco hanno a che fare con la gestione della salute delle persone.
Questo articolo è la mia legittima reazione a numerose offese rivolte contro il buon senso, la cultura, l’onestà, che in questi giorni stanno ricevendo numerosi attacchi.
Tale avvilimento del buon vivere, di cui vi sono precise responsabilità, merita di essere fermato con decisione.
Il materiale contenuto all’interno di queste righe è dato in pasto a chiunque voglia impiegarlo per scendere in campo e denunciare i misfatti che sono divenuti intollerabili.
In questi giorni, ho ricevuto quanto segue:”Carissimi amici,
è al vaglio una proposta di legge in Regione Puglia che vuole allontanare i bambini non immunizzati da tutte le “attività educative e ricreative, pubbliche e private”. Si è costituito un Comitato Regionale a difesa del diritto della infanzia e della libertà di scelta. Se passa la legge i bambini senza immunizzazione, non potranno frequentare asili, ludoteche, gonfiabili, piscine, teatri, librerie, biblioteche, laboratori per l’infanzia, palestre, attività ricreative presso centri commerciali e strutture turistiche. Temiamo che ai dipendenti, a contatto con le collettività infantili, si possano chiedere certificati di idoneità”.
Firmiamo il testo, che il comitato ha redatto, per fermare l’iter della legge. http://www.quival.it/scelta
Bene. Sono un professionista che ha speso tutta la propria vita per dare il meglio alla comunità, spero anche in questo caso.
Fonte: qui